“Pratichiamo il Taijiquan della Famiglia Chen oltre i confini – Battiamo il covid-19 col Taijiquan”

Domenica 29 novembre ( dalle ore 07:30-09:30), si terrà il secondo seminario internazionale online tenuto dal nostro caposcuola mondiale, Maestro Chen Peishan, 20° generazione della Famiglia Chen ed erede di 12° generazione del Taijiquan stile Chen. 

In questi tempi difficili per tutti condividiamo la felicità del nostro Taijiquan!

Per informazioni: segreteria@icxj.it

Alcuni momenti del seminario nazionale dell’associazione Italy Chen Xiaojia che si è svolto a Chianciano nel mese di Settembre 2020.

Aggiornata la sezione Gradi con i nuovi programmi di studio

Per i Ji, far riferimento al programma di studio dello stile.

Per i Duan, fare riferimento alle seguenti pagine

Il PDF dell’intero programma di studio è disponibile seguendo questo link

(A cura dell’Istruttore II Duan Domenico Lento)

Il punto Bai Hui è il punto più alto del meridiano Vaso Governatore posto sulla sommità della testa, nel punto di incontro tra la linea mediale del cranio e la linea delle orecchie.

bai hui

È chiamato anche Cento Incontri o Centinaia di connessioni. Bai Hui è il punto di riunione di tutti i meridiani Yang. Secondo la tradizione, GV20 favorisce la risalita dello Yang puro alla testa, solleva lo spirito, giova all’umore dei depressi, purifica lo Shen e rischiara la mente.

Spingere in alto questo punto contribuisce a mantenere eretta la testa e a distendere la zona cervicale, contribuendo a soddisfare due principi base della pratica del taijiquan:

  1. Corpo dritto e centrato
  2. Testa e collo sono dritti

Per questo motivo, è uno dei primi punti che i principianti imparano a conoscere durante gli allenamenti: “Spingete l’apice della testa in alto” oppure “Immaginate di avere un filo attaccato all’apice della testa e che venga tirato verso l’alto” sono le frasi che vengono, di solito, ripetute durante la pratica.

Secondo quanto riportato da Hong Junsheng, l’ultima frase è una parafrasi di Chen Xin:

this would be like hanging a person up with a rope attached to their baihui point” (è come appendere una persona con una corda attaccata al punto Bai Hui)

Che, sempre secondo Hong Junseng, spiegherebbe anche un verso della “Canzone delle 13 posizioni” (Song of the Principle of Thirteen Postures”)

then, with the head feeling as if suspended from above, the entire body will be light and agile.” (quindi, con la testa che sembra sospesa dall’alto, l’intero corpo sarà leggero e agile)

Nel “Trattato Illustrato sul Taijiquan della Famiglia Chen“, Chen Xin scrive.

With proper practice, the student will start to experience this at the BAI-HUI acupoint on the top of the head, the ‘command post‘ of the whole body” (Con la pratica corretta, l’allievo inizierà a sperimentare questo [la risalita del qi puro] al punto Bai Hui nella parte superiore della testa, il ‘centro di comando’ dell’intero corpo)

Inoltre, nel Trattato, il punto Bai Hui è indicato in quasi tutte le posizioni come punto di attenzione. Per citarne alcuni:

Jin Gang Dao Dui (il Jin Gang pesta nel mortaio)

jin gang dao dui

the whole body’s spirit is focused and led by the top of the head …..” (l’intera energia del corpo è concentrata e guidata dalla sommità della testa)

Lan Zha Yi (Allacciare la veste)

lan zha yi

Hold the crown of the head upright …..” (Tenere la sommità della testa verticale ……)

Xiao Qin Na (Piccola leva)

Xiao Qin Na

Boxing requires that jing essence be always focused at the top of the head to guide the whole body’s force and spirit” (Combattere richiede che l’essenza jing sia concentrata nella parte superiore della testa per guidare tutta la forza e l’energia del corpo)

Rilassato e calmo in modo naturale” è il primo dei requisiti tecnici essenziali. Come spesso ribadisce la maestra Carmela Filosa “Rilassato non significa molle” ma significa, tra le altre cose, che dobbiamo sciogliere tutte le rigidità (“Don’t be too stiff” come dice il Maestro Chen Peishan) che non permettono al movimento di uscire in modo naturale.

Lavorare sul punto Bai Hui, portando l’apice della testa in alto, oltre a contribuire alla centratura del corpo, contribuisce a rilassare dapprima la parte cervicale della spina dorsale e, con la pratica, estendere questo rilassamento all’intera colonna vertebrale fino alle anche in modo che ‘l’intero corpo sia leggero e agile’

E’ come se tutto il corpo facesse peng verso l’alto.


Bibliografia:

  • Chen Style Taijiquan Practical Method‘ – Hong Junsheng
  • Illustrated explanations of Chen Family Taijiquan‘ – Chen Xin
  • Acupuncture Index iOS App

Domenico Lento con la maestra Carmela Filosa ed il maestro Vito Marino

Pratico il Taijiquan stile Chen Xiaojia da circa 20 anni con il maestro Vito Marino e la maestra Carmela Filosa. Nel corso degli anni ho acquisito la qualifica di Istruttore II Duan. Oltre al mio sito web sul Taijiquan (www.chentaichi.it), contribuisco alla gestione del sito dell’associazione Italy Chen Xiaojia.

L’elenco degli eventi previsti per l’anno sportivo 2020/2021

CORSO ISTRUTTORI A NAPOLI

  1. 17-18 ottobre 2010
  2. 21-22 novembre 2020
  3. 19-20 dicembre 2020
  4. 16-17 gennaio 2021
  5. 20-21 febbraio 2021
  6. 20-21 marzo 2021
  7. 17-18 aprile 2021
  8. 15-16 maggio 2021

CORSO ISTRUTTORI A PALERMO

  1. 26-27 settembre 2020
  2. 12-13 dicembre 2020
  3. 13-14 febbraio 2021
  4. 08-09 maggio 2021

CORSO ISTRUTTORI A PESCARA

  1. 31 ott.-01 nov. 2020
  2. 30-31 gennaio 2021
  3. 27-28 marzo 2021
  4. 22-23 maggio 2021

Inoltre, sono previsti i seguenti eventi:

11-13 settembre 2020 Seminario Nazionale Roccaporena di Cascia

20 settembre 2020 Lezione online gratuita aperta a tutti gli iscritti ai corsi istruttori (La lezione si svolgerà su Zoom dalle ore 09:30 alle 12:00 e verterà sulla Sequenza Yilu)

(A cura dell’Istruttore II Duan Fabio Caputi)

Lo stupore che quasi sempre prova il neofita per la lentezza con cui nei primi anni di pratica vengono eseguite le tecniche del Tai Ji Quan, è destinato ad aumentare quando gli vien detto che la via migliore per cominciare ad apprendere quest’arte risiede nell’immobilità.

La pratica di ogni tecnica richiede una estrema precisione nell’esecuzione ed il contemporaneo controllo dei numerosi aspetti che la compongono. Alcuni di questi aspetti sono comuni a tutte le tecniche, e rappresentano il lavoro di base sui principi fondamentali, il Ji Ben Gong che nessuno potrà mai dire di aver praticato abbastanza.

Il primo requisito esteriore e visibile è la postura corretta. Se non si è in grado di mantenere la postura nell’immobilità, come si potrà farlo muovendosi? Il secondo requisito è il radicamento: difficile apprenderlo e soprattutto conservarlo mentre ci si muove, se prima non lo si è conquistato nella posizione statica, Zhan Zhuang (o posizione del palo eretto, o dell’albero) che può essere eseguita secondo molte varianti a seconda dello scopo che ci si propone, e che offre molti tesori a chi ha la pazienza di cercarli.

Il praticante di Tai Ji Quan, quando esegue Zhan Zhuang, dovrebbe focalizzare la sua attenzione contemporaneamente su molte cose, e questo non è facile: per questo, agli inizi, gli si dirà di badare soltanto a pochi aspetti, su cui la mente dovrà esercitare un continuo controllo per adeguare il corpo alle esigenze dell’arte e, soprattutto, per raggiungere l’indispensabile condizione di pace interiore. Il primo principio da osservare è quello di mantenere il corpo dritto e centrato, il che comporta un’auto-estensione della colonna vertebrale che si ottiene coltivando le sensazioni del Bai Hui sospeso al Cielo e del coccige attratto verso la Terra. Eseguita correttamente (spingendo indietro il Ming Men), questa tecnica provoca una leggera retroversione del bacino e, in conseguenza, la distensione del tratto lombare della colonna vertebrale: riducendo o, meglio, eliminando la lordosi lombare il percorso del Qi sarà molto agevolato. Agli inizi, questo risultato si ottiene agendo separatamente sul coccige e sul Bai Hui; più avanti, quando la tecnica si sarà affinata, ci si accorgerà che si tratta di un unico movimento che parte dal Ming Men.

Con la punta della lingua sempre in contatto col palato e con i piedi distanti fra loro quanto sono larghe le spalle, si fletteranno più o meno lievemente le ginocchia e, senza che la loro proiezione verticale superi mai le punte dei piedi, si aggiusterà la posizione in modo da sentire il peso del corpo distribuito su tutta la superficie dei piedi stessi e coltivando la sensazione del contatto con la Terra dei punti Yong Quan (fontane zampillanti). Più si piegheranno le ginocchia, più sarà difficile mantenere a lungo la centratura e l’equilibrio: agli inizi ci si accontenterà di una posizione più alta al fine di potersi concentrare più facilmente sul radicamento, per ottenere il quale si dovranno eseguire alcune tecniche che potranno essere meglio utilizzate in movimento se saranno state apprese e praticate da fermi:

  • arrotondare l’inforcatura. Agendo sulla sinfisi pubica si fa come se si volessero riunire le anche in un punto davanti a noi: il movimento sarà minimo, ma sufficiente a creare una curvatura in avanti del bacino che permetterà un fluido passaggio del Qi dal basso verso l’alto e viceversa. Bisogna fare attenzione, nel far questo, a non coinvolgere le ginocchia, le quali potrebbero, se la tecnica non fosse eseguita nel modo giusto, tendere a chiudersi verso il centro mentre, al contrario, dovranno sempre puntare verso le estremità dei piedi.
  • rilassare i glutei e contrarre le cosce. Facendo come se ci si trovasse su una bilancia e si volesse cercare di aumentare il proprio peso, tutto il corpo spinge verso il basso mentre i glutei si rilassano completamente. Se contemporaneamente si arrotonda l’inforcatura, ne deriva una sensazione come di avvitarsi penetrando e radicandosi nel suolo; si potrebbe avvertire una sensibile stimolazione dei punti Yong Quan.

Quanto sopra descritto può essere eseguito tenendo le braccia rilassate lungo i fianchi. Successivamente, con la mente allenata a tenere sotto controllo la postura e tutti i requisiti sin qui descritti, e se non lo si è fatto sin dall’inizio, si solleveranno le braccia tenendole come se si abbracciasse un albero, con le mani all’altezza dell’ombelico, per sperimentare un altro principio del Tai Ji Quan: mentre la parte inferiore del corpo è saldamente radicata, la parte superiore si mantiene elastica e flessibile. Nei primi tempi sarà molto difficile mantenere la postura. Man mano che ci si fa l’abitudine, si impara che per mantenere le braccia e il busto in posizione non è di alcun aiuto far ricorso alla forza: al contrario, la resistenza aumenterà proporzionalmente alla capacità di rilassare i muscoli di schiena spalle e braccia. Si apprende, in questo modo, l’equidistanza dagli opposti: il completo rilassamento del corpo ci priverebbe di ogni sostegno, ma contraendo eccessivamente i muscoli sopravviene presto lo sfinimento. È (per me) impossibile non mantenere in contrazione gli arti inferiori; è invece necessario che glutei, schiena, spalle e arti superiori siano quasi del tutto rilassati. Il rilassamento della parte superiore del corpo porterà alla comprensione di due altri importanti requisiti del Tai Ji Quan: Han Xiong (contenere il petto) e Tan Bei (tirare la schiena, arrotondandola). Senza questi due accorgimenti è impossibile raggiungere il giusto grado di rilassamento mantenendo la giusta postura. Per arrotondare l’inforcatura abbiamo dato al bacino la forma di un arco di circonferenza che chiude davanti a noi; per arrotondare la schiena si fa la stessa cosa con le spalle, distanziando fra loro le scapole e facendo rientrare lo sterno. Man mano che, grazie ad una continua auto-sorveglianza, si riuscirà a conquistare il rilassamento dei muscoli, aumenterà e perdurerà il senso di vigile tranquillità e pace interiore, premessa indispensabile di ogni progresso. Quando si riuscirà a conservare per almeno una ventina di minuti la posizione secondo quanto detto sin qui, il corpo comincerà a trasformarsi in una molla pronta a scattare. Come e quando farlo scattare sarà l’argomento di studio delle tecniche in movimento. Sarà un lungo studio…

Fabio Caputi

Pratico il Tai Ji Quan dall’autunno del 2005. Sono rimasto immediatamente colpito dalla bravura e dalla passione della Maestra Filosa e dei Maestri e Maestre formatisi alla sua scuola. Dopo 3 anni di stile Yang ho scelto, insieme a tutti i miei compagni di corso, di proseguire con lo stile Chen Xiaojia, che conto di continuare a studiare per il resto della mia vita.

DALLA QUIETE AL VUOTO: I NOSTRI ANNI DI PRATICA ALLA LUCE DEI 13 PRINCIPI DEL TÀIJÍQUÁN

(tratti dal testo della Gran Maestra Chen Liqing Chenshi Taijiquan Xiaojia – Il Taijiquan stile Chen Xiaojia – nella traduzione della Maestra Carmela Filosa)

(Monica Mattioli e Marina Pollice)

Dopo aver superato l’ultimo anno del corso istruttori, guardiamo indietro e ripercorriamo il nostro cammino lungo la via del Tao in tredici tappe, scandite dai tredici principi della pratica del Tàijíquán. Alla fine della ricerca troviamo movimento e quiete, serenità e vitalità. E ci rendiamo conto di aver trovato noi stesse: una Gru che qualche volta ha lo sguardo del cobra e una Ninja di metallo.

  1. JÌNG 静 QUIETE. Il primo ricordo ha il sorriso della Maestra che dice di calmare la mente ed il respiro, cosa che non è richiesta in nessun altro tipo di esercizio fisico. La quiete del cuore è il primo requisito della pratica, e si ottiene solo con la pratica: una bella sfida! Ma questo si può capire solo col tempo. “Niente nel cuore e niente nella mente”.
  2. 意 INTENZIONE. L’intenzione guida il movimento, ma non è scontato che ciò avvenga in modo spontaneo; in realtà all’inizio non è facile mantenere la concentrazione su tutti i requisiti richiesti dalla pratica. La distrazione è sempre in agguato! “Se non lo pensi non può succedere”.
  3. MÀN 慢 LENTO. Dopo aver conquistato la quiete e l’intenzione cominciamo a muoverci. Ma piano, soprattutto all’inizio. Per arginare il caos del gesto esteriore, che rispecchia inesorabilmente quello interiore, la lentezza è un requisito indispensabile per chi pratica. Solo così si riesce ad applicare con chiarezza il metodo del Tàijíquán. “Il ghiaccio spesso tre piedi non è il risultato di una sola notte di freddo”.
  4. ZHĒN 真 VERO. Una volta presa coscienza dei propri limiti (illimitati, purtroppo!) la questione si fa seria… Non si può giocare a fare il Tàijíquán: bisogna fare le cose sul serio e impegnarsi per davvero – coscienziosamente e consapevolmente – nello studio della pratica e della teoria a partire dalle basi. “Il saggio nel taoismo è detto zhēnrén (uomo vero)”.
  5. RÓU 柔 MORBIDO. Ora è venuto il momento di diventare flessibili per contrastare la rigidità, di cui siamo tutti portatori sani… “Morbido, ma non molle; duro, ma non rigido”: questa frase, che ci accompagna dall’inizio della pratica, racchiude in sé lo spirito del Tàijíquán. Non bisogna opporsi all’avversario con forza, ma cedere per deviare la sua forza, destabilizzandolo. “La cedevolezza vince sulla forza”.
  6. ZHÈNG 正 DRITTO.“Distendere il tratto lombare, distendere il tratto cervicale”: questo è un altro mantra che ogni allievo dovrebbe conoscere a memoria – e mettere in pratica – ricordando sempre che dritto significa anche corretto. Corretta non deve essere solo la postura, ma anche la maniera di porsi verso il mondo esterno. E in principio il mondo esterno fu la classe di Tàijíquán… “Corpo dritto e centrato”.
  7. LIÀN 連 COLLEGATO. Da centrato a collegato il passo è lungo! E c’è sempre l’intenzione all’origine di tutto… “E se anche io fermo davvero il movimento, nella mia intenzione esso continua comunque. E se pure si ferma a livello della mente, non si ferma al livello dello shen”.
  8. YÚN 匀 UNIFORME. Ed ora tiriamo un lungo sospiro (di sollievo?) prima di collegare il movimento al respiro. Ma che sia naturale! È l’uniformità a dare equilibrio al cambiamento (sempre che la troika intenzione-movimento-respiro non dia segni di squilibrio).“Se il respiro è appropriato al metodo la forza si esprime scorrevolmente”.
  9. YUÁN 圆 ROTONDO. Adesso bisogna cominciare a lavorare “a tutto tondo”! Ma soprattutto, come gli orientali, a “pensare rotondo”… E qui si potrebbe chiudere il cerchio; se rotondo non fosse anche “sferico”, e quindi molto più complesso. Non per niente il taijitu è tridimensionale (come se non bastassero le incursioni del bianco nel nero e del nero nel bianco a complicare il tutto). “Il tàijí è la mutazione stessa; la mutazione produce i due principi primi…”.
  10. SŌNG 松 RILASSATO. Ed ora ci possiamo rilassare? Magari! Nel Tàijíquán rilassamento non è relax… Mantenere aperte le articolazioni per far fluire il movimento; mantenere aperta la mente per non bloccare i pensieri. Lo scopo è ambizioso (“il tao del cielo, la virtù dell’uomo”), allora iniziamo col rilassare le anche, queste due incognite protettrici del dāntián che abbiamo imparato a conoscere grazie alla fiducia, reciprocamente ben riposta, nella nostra infaticabile Maestra (che non sia mai smette di ripetercelo!). “Rilassate le anche; rilassate le spalle!”.
  11. 十一 SUÍ 随 SEGUIRE. È chiaro che, nel Tàijíquán, seguire non è inseguire l’avversario (né il flusso disordinato dei propri pensieri). E non solo perché il fine delle arti marziali è la difesa (e la miglior difesa non è l’attacco), ma anche perché ogni parte del corpo è in sintonia con tutte le altre. “L’alto e il basso si seguono a vicenda”.
  12. 十二 HÉNG 恒 PERSEVERARE. Nel Tàijíquán perseverare non è diabolico, anzi: è la pratica a fare la differenza! “Se non ti alleni un giorno lo sai solo tu, se non ti alleni due giorni lo sa anche il maestro, se non ti alleni tre giorni lo sanno tutti”.
  13. 十三 虚 VUOTO. Giunti finalmente alla fine del percorso che si trova? Il vuoto. Ma non il vuoto iniziale. Questo è il vuoto del cuore, quello dei saggi, che sanno di non avere limiti, il vuoto che apre tutte le possibilità. E tutto ricomincia… “Il vuoto non è assenza, ma la condizione fertile per fare: essere talmente sgombri da poter riflettere qualsiasi cosa”.

Ci si avvicina al Tàijíquán per le ragioni più diverse: per migliorare il proprio stato di salute; per tonificare i muscoli; per fare esercizio fisico senza danneggiare le articolazioni; per lavorare sulla coordinazione; per esercitare la memoria; per meditare; perché si è attratti dalla cultura orientale; perché si è appassionati di arti marziali; qualche volta per puro caso… Qualunque sia l’obiettivo – salute psicofisica, meditazione, difesa – ben presto ci si rende conto che il percorso di apprendimento, nel Tàijíquán, coinvolge corpo, mente e spirito: diventa un modo di vivere.

Se non fossimo Marina e Monica concluderemmo con un efficacissimo “E questo è quanto!” (ma il copyright è della maestra Chen Liqing).

Monica Mattioli e Marina Pollice, Istruttrici II Duan di Taijiquan stile Chen Xiaojia, seguono la Maestra Carmela Filosa da circa 20 anni con dedizione, umiltà e professionalità, impegnandosi in una formazione permanente nonostante i lunghi anni di pratica e con uno spirito sempre attento e curioso.

(Nell’immagine in alto, le calligrafie dei 13 Principi della pratica del Taijiquan stile Chen Xiaojia realizzate dalla Maestra Carmela Filosa)

POSIZIONI FONDAMENTALI DELLO STILE CHEN XIAOJIA

(Maestra Alessandra Falanga)

In tanti anni di pratica del Taijiquan stile Chen, ho ben inteso quanto questa antica arte marziale mi abbia guidato attraverso un percorso di crescita personale, dove nulla è lasciato al caso, che mi ha consentito una maggiore comprensione e conoscenza del mio corpo. Ciò è stato possibile attraverso uno studio attento e continuo dei principi e fondamenti del Taijiquan, a partire dalla pratica delle posizioni di base dello stesso, di cui appunto tratterò in questo articolo.

Alcune posizioni fondamentali del Taijiquan stile Chen Xiaojia sono:

Kaibu, Posizione di apertura: lo spazio tra i piedi è pari all’ampiezza delle spalle ed il peso è distribuito equamente sui due piedi; tale posizione si assume nella preparazione o apertura delle sequenze, permettendo al praticante di concentrarsi e prepararsi all’esecuzione delle tecniche. Fondamentale è tenere il busto diritto, la testa non inclinata, pensando che un filo tiri dal centro della testa verso l’alto, l’arco inguinale è tondo e rilassato, le gambe leggermente piegate con le ginocchia in linea con le punte dei piedi.

Xiao Kaibu, Piccola posizione di apertura: lo spazio tra i piedi è inferiore all’ampiezza della spalle, la ritroviamo nella camminata laterale quando i piedi si avvicinano. La posizione del corpo è identica alla posizione Kaibu, pertanto, dovranno rispettarsi i medesimi principi

Mabu,Posizione del cavaliere (o “a cavallo”):lo spazio tra i piedi è generalmente il doppio dell’ampiezza delle spalle ed il peso è al 50% su ognuno dei due piedi, le anche sono rilassate e sedute, i piedi sono paralleli ed ancorati al suolo, le ginocchia non devono fuoriuscire dalla punta dei piedi, l’inforcatura delle gambe è rotonda. Non a caso è la posizione propedeutica del Kung-fu, i benefici che derivano dal suo allenamento sono molteplici: potenziamento della muscolatura, aumento della resistenza e della stabilità, con l’effetto di allenare la mente a superare la fatica ed aumentare il livello di sopportazione della stessa.

Bian mabu (Hengdangbu), Posizione “mabu spostata di lato” (o Posizione con l’inforcatura spostata in orizzontale): il peso è generalmente 60% sulla gamba più piegata e 40% su quella più distesa. La posizione può essere a destra o a sinistra a seconda del lato dove si sposta il baricentro, le anche sono sedute e rilassate, l’inforcatura è rotonda, e la gamba dove poggia maggior peso ha la punta del piede leggermente aperta verso l’esterno.

Gongbu, Posizione ad arco o “dell’arciere”: è la posizione che risulta dal passo in avanti, sia esso destro o sinistro. Il peso del corpo è per il 60%-70% sulla gamba avanti, maggiormente piegata rispetto alla gamba di dietro. I piedi non sono allineati, ed hanno la larghezza delle spalle. Il piede della gamba davanti è diritto, mentre quello della gamba dietro è aperto di 45° all’esterno, il ginocchio della gamba avanti non fuoriesce dalla punta del piede, mentre quello della gamba dietro è allineato al piede. Le anche sono rotonde e rilassate.

Xubu, Posizione con una gamba “vuota”. La gamba cosiddetta vuota, in realtà, non è del tutto vuota in quanto sorregge il 15-20% del peso corporeo. Nello stile Chen i due piedi sono allineati, ed hanno la stessa ampiezza delle spalle, l’inforcatura delle gambe è rotonda. Il piede con maggior peso è leggermente aperto, mentre quello vuoto è poggiato a terra solo con l’avampiede, le anche sono sedute e rilassate. La posizione può essere eseguita a destra e a sinistra.

Dulibu, Posizione di equilibrio su una sola gamba. Nonostante il peso del corpo gravi totalmente su di una sola gamba, è necessario che la stessa sia radicata al suolo, il baricentro deve rimanere basso, in caso contrario facilmente si perderà l’equilibrio, difatti nonostante che il corpo si sollevi verso l’alto, bisognerà concentrarsi sulla sensazione che il peso affondi verso il basso. La gamba che sorregge il corpo è distesa ma non tesa. Può essere eseguita a destra e a sinistra.

Pubu, Posizione bassa (o con una gamba distesa in fuori). Tutto il peso del corpo grava su di una gamba, completamente flessa, fino a “sedersi” sul tallone, il piede di tale gamba è leggermente aperto verso l’esterno ed aderisce completamente al suolo, ed il tallone è allineato con la punta dell’altro piede che poggia al suolo diritto. L’altra gamba è completamente distesa in fuori. Prerogativa dello stile Chen è prevedere tale posizione con il piede della gamba distesa poggiata a terra con il solo tallone, e la punta sollevata verso l’alto.

Ban mabu, Posizione metà a cavallo: il peso è al 70% sulla gamba posteriore, come nella tecnica della spada “In ban mabu riprendere la spada”, che precede la chiusura della sequenza.

Dingbu, Posizione a “T”: un piede poggia con l’avampiede vicino all’arco plantare dell’altro piede. La ritroviamo come posizione che precede “Il gallo d’oro saltato” all’inizio della forma Erlu.

Bingbu, Posizione a piedi uniti: entrambi i piedi poggiano completamente a terra e sono l’uno vicino l’altro, come nelle tecniche della Spada Sizheng “Affondo in avanti a piedi uniti” e “Colpo di punta a piedi uniti”.

Xiebu, Posizione accovacciata a gambe incrociate (o “del riposo”): il peso poggia maggiormente sulla gamba avanti che ha il piede completamente poggiato al suolo, in modo da permettere un veloce risollevamento, mentre il piede arretrato ha il tallone sollevato, come nella tecnica di spada “La fenice che apre le ali”.

Come possiamo osservare, i principi da rispettare nell’esecuzione di tali posizioni fondamentali sono sempre gli stessi. Pertanto, solo da una corretto ed assiduo allenamento di tali posizioni saremo in grado, quantomeno, di allenare il Taijiquan con padronanza e pulizia di movimento.

La maestra Alessandra Falanga, IV duan, cintura nera, ha cominciato a studiare il Taijiquan nel 1999, sotto gli insegnamenti della maestra Carmela Filosa, della quale è divenuta discepolo nel 2012. Dal 2001 ha partecipato a numerose competizioni nazionali ed internazionali, conseguendo il titolo di campionessa italiana per diversi anni, ed il terzo posto al campionato Europeo di Mosca. Nel medesimo anno ha cominciato a recarsi in Cina, studiando e perfezionandosi sotto la direzione della maestra Chen Peiju, discendente di xx generazione della famiglia Chen e XII dello stile Chen Xiaojia. Nel 2008 ha partecipato al campionato mondiale di Hanoi (Vietnam), rientrando nei primi dieci posti. Dal 2006 ha cominciato a dedicarsi anche all’insegnamento del Taijiquan.

Terminati i Corsi Istruttori della Italy Chen Xiaojia per il 2020. Anche se a distanza e con spazi ridotti a disposizione, tutti hanno dato il massimo, dimostrando che non è importante dove pratichi ma come pratichi.

Al prossimo anno !!!!

(Maestra Ornella Sportelli)

“Un vero viaggio di scoperta non è cercare
 terre nuove ma avere occhi nuovi” 
Marcel Proust  

” … Metodo degli occhi (Yan Fa): Lo Spirito (Shen) accompagna la mano anteriore, la testa non dovrebbe ondeggiare. L’Intenzione (Shen Yi) dovrebbe essere sulla mano anteriore, tuttavia gli occhi non dovrebbero essere fissi su di essa, la testa non deve oscillare seguendo i movimenti delle mani …” 

            Gli organi di senso sono le porte e le finestre sul mondo esterno, ciò che rende vivace la coscienza e ci permette di fare esperienza di ciò che ci circonda. Secondo la Medicina Tradizionale Cinese le nostre capacità sensoriali di vedere, sentire, gustare, toccare, respirare, dipendono dal Cuore.

            Questo indica che le essenze più pure e più leggere dei nostri organi salgono per nutrire, proteggere, illuminare i globi oculari. Notevole è stata l’intuizione cinese antica che tutti gli organi di senso hanno un Signore degli Orifizi, il Cuore (oggi lo chiamiamo Sistema Nervoso Centrale), che ha la capacità di selezionare, rielaborare, correlare tutte le informazioni provenienti da tutti gli organi di senso, e integrare le sensazioni con tutte le percezioni legate alla esperienza, alla memoria, al pensiero. L’occhio in particolare appartiene al Legno, il cui movimento è verso l’alto e verso l’esterno; l’occhio, attraverso la vista, è l’organo di senso che più manifesta questa direzionalità, potendosi spingere a distanza. L’occhio non è solo un organo recettivo, poiché esso stesso invia messaggi di forza: esso simboleggia la capacità di espressione spirituale, simbolo della luce e della coscienza e quindi dello Shen.

L’occhio rappresenta un mezzo di comunicazione, sotto diversi aspetti:

  • è il mezzo che mette in comunicazione l’uomo con il macrocosmo in cui è inserito: grazie alla vista l’uomo vede e si relaziona con l’ambiente (la vista è il senso più sviluppato nella nostra società);
  • è parte della comunicazione non verbale nella relazione tra esseri viventi e quindi trasmettitore di informazioni;
  • è mezzo di espressione dello Shen, che si manifesta nella lucentezza dello sguardo.

            Quest’ultimo aspetto, la luminosità degli occhi e dello sguardo, è di particolare interesse: una stretta connessione tra l’occhio e lo sguardo è fondamentale non solo per la comunicazione tra individui, ma anche nella comunicazione interno-esterno. Infatti, se gli occhi sono limpidi e luminosi, significa che lo Shen è in buono stato di vitalità; se gli occhi hanno un’espressione fissa o spenta vuol dire invece che lo Shen è disturbato ed è stato indebolito.

            Lo sguardo ricopre un ruolo molto importante nel Taiji Quan. Talvolta, come succede tra animali in natura, è sufficiente uno sguardo per vincere senza combattere. Trattandosi di una meditazione in movimento, lo sguardo abbraccia tutto e su nulla si posa. L’intenzione guida e riempie lo sguardo.

La vista impiega gli occhi per consentire intenzionalmente a qualcosa di entrare dentro di noi e in questo modo il nostro cervello può riconoscere una realtà oggettiva. Lo sguardo implica un lasciare uscire qualcosa da noi verso l’altro e viceversa. Guardare è emettere energia, e quella dello sguardo è una energia molto potente. Per questo è fondamentale che sia controllata e guidata direttamente dal cuore. Questo è ciò che viene detto dare una intenzione e una direzione allo sguardo.

            Che gli occhi siano “la porta della mente” lo conferma anche la saggezza popolare, che si esprime attraverso modi di dire noti a tutti come, ad esempio, “gli occhi sono lo specchio dell’anima”. Nelle arti marziali uno sguardo che esprime una determinazione “ferina” può intimorire l’avversario, e in molte discipline si invita ad adottare questo genere di espressione.

Nel Taiji Quan, invece, lo sguardo deve essere semplicemente attento, ma quieto. Non deve far trasparire né paura, né aggressività, né alcun tipo di emozione negativa.

Gli occhi devono però riflettere energia (QI), forza interna (JIN) e spirito (SHEN).

Come ha scritto Chen Xin, autore del “Canone illustrato del Taijiquan della famiglia Chen”, gli occhi “devono guardare dritto in avanti, splendendo in tutt’e quattro le direzioni“, colgono, cioè, tutto ciò che sta davanti ma anche sopra, sotto e di lato. L’importanza dello sguardo viene enfatizzato da un altro tradizionale aforisma molto significativo: “Di tutte le centinaia di abilità nella lotta, l’occhio è l’avanguardia“.

            Molti praticanti si ostinano a ruotare la testa per guardare le mani durante l’esecuzione delle forme … questo non è corretto poiché disallinea i tre principali centri energetici del corpo ( i tre Dan Tian): le mani devono rimanere nel campo visivo del praticante, lo sguardo non deve essere fisso su di loro, occorre utilizzare la visione periferica durante tutta l’esecuzione della forma.

In realtà, le mani e gli occhi devono andare insieme: significa cioè che i movimenti degli occhi devono avvenire in coordinazione con i movimenti delle mani e del corpo.

            Come detto precedentemente, l’occhio è la finestra aperta per lo spirito, lo Shen. Pertanto gli occhi e le mani devono andare insieme per esprimere il significato e la forza dello spirito interno. Nella forma a solo gli occhi si concentrano su un soggetto o una direzione specifica. Questo viene spesso applicato durante il completamento di un movimento. Ma nello stesso tempo gli occhi seguono una parte specifica del corpo (o dell’arma), dall’inizio del movimento fino alla fine. Nel Taolu, se non si applicano correttamente i movimenti oculari, il movimento corporeo non ha spirito ed è una forma senza vita. Se i movimenti degli occhi sono incorporati in ogni tecnica, si è in grado di esprimere il vero significato dietro ogni tecnica. Il coordinamento delle mani e degli occhi è uno dei criteri per determinare la correttezza di un movimento. Se il movimento non è corretto, influisce sulla rivelazione dello spirito e influisce sulla qualità del movimento stesso. Quando un movimento manca di questo coordinamento, non è un movimento perfetto.

            L’importanza che rivestono gli occhi viene anche sottolineata in modo evidente nei Wu Bu, i Cinque Passi, che rappresentano nel Taijiquan la pratica dei Cinque Elementi: Avanzare, Retrocedere, Guardare a sinistra, Scrutare a destra, Mantenersi al Centro. Quello che colpisce è che vengono utilizzati termini come “Guardare” e “Scrutare”, piuttosto che termini come “Muoversi” o “Spostarsi”. Ciò che viene posto in evidenza è quindi l’importanza del pensiero e dell’intenzione: la  vista e lo sguardo sono infatti considerati preponderanti rispetto al movimento corporeo, tanto che guardare da un lato o dall’altro, portarvi cioè la propria attenzione, già di per sé implica un passo e uno spostamento in quella direzione. Inoltre, l’uso di un termine più statico, Guardare, per il passo a destra, rispetto al più dinamico Scrutare, utilizzato per il passo a sinistra, è un probabile riferimento ai rapporti tra lo Yin (destra) e lo Yang  (sinistra).

            L’uso degli occhi è poi fondamentale nel Tui Shou. In questa pratica si sviluppano degli aspetti importanti del Taiji Quan che non sono evidenti nell’esercizio a solo: qui infatti è necessario saper osservare da vicino la direzione del movimento dell’avversario, per cogliere nel corso del movimento il momento opportuno per metterlo in difficoltà. Gli occhi e l’intenzione sono coerenti, viaggiano insieme, in quanto gli occhi sono il punto focale della mente. Ciò che la mente sta considerando, su questo sono concentrati gli occhi. Poiché gli occhi sono l’organo di trasmissione dello spirito, in essi vi si riflette anche il più piccolo movimento di quest’ultimo. Ecco perché i punti su cui si posa lo sguardo durante la forma a solo non possono essere gli stessi durante il combattimento vero e proprio, altrimenti si rischia di tradire le proprie intenzioni. Lo sguardo dunque deve essere puntato dritto davanti a sé, senza fissare l’avversario. Il corpo dell’avversario viene attraversato dallo sguardo, che va oltre anche rispetto ad ogni altro oggetto che si trovi nel campo di visione, per abbracciare l’universo. In altre parole, il campo di visione deve essere il più largo possibile e lo sguardo non deve fissarsi su una cosa precisa, perché essa assorbirebbe l’attenzione, il che potrebbe ostacolare la disponibilità rispetto ad un eventuale cambiamento.

            A tale proposito è utile ricordare la massima del Daodejing, che afferma: “il saggio vede ma non vede, sente ma non sente”.

Bibliografia:

  • Franco Bottalo – Il volo del Cuore (ed. Finis Terrae)
  • Carlo Moiraghi – La via della forza interiore (ed. Jaca BooK)
  • Jou Tsung Hwa – Il TAO del Tai Chi Chuan (ed. Ubaldini)
  • Catherine Despeux – Taiji Quan (ed. Mediterranee)
  • Yang Jwing-Ming – Teoria e potenza marziale (ed. Mediterranee)

Ornella Sportelli, ha frequentato il corso triennale di NATUROPATIA presso la “Scuola Italiana di Scienze Naturopatiche” a Lecce. Nel 2010 si è diplomata in Massaggio Cinese Tuina, Fisiochinesiterapia e Ginnastiche Mediche Cinesi (QI GONG) presso l’Accademia di Medicina Tradizionale Cinese Sowen-GSSS di Bologna. Dal 2004 studia e insegna il Taiji Quan stile Yang e stile Chen Xiaojia insieme a Marco Pignata, sotto la guida dei Maestri Eric Caulier e Carmela Filosa. Nel 2011, nel corso di un soggiorno in Cina, la Maestra Chen Peiju, XX generazione della famiglia Chen, le ha conferito il certificato di “Coach” per l’insegnamento dello stile Chen Xiaojia. 

Tecnico qualificato CSEN-CONI con qualifica di MAESTRO – Cintura Nera III Duan per l’insegnamento del Taiji Quan stile Chen Xiaojia.

Attualmente insegna Taiji Quan Chen Xiaojia e Qi Gong a Taranto e Provincia.