DALLA QUIETE AL VUOTO: I NOSTRI ANNI DI PRATICA ALLA LUCE DEI 13 PRINCIPI DEL TÀIJÍQUÁN

(tratti dal testo della Gran Maestra Chen Liqing Chenshi Taijiquan Xiaojia – Il Taijiquan stile Chen Xiaojia – nella traduzione della Maestra Carmela Filosa)

(Monica Mattioli e Marina Pollice)

Dopo aver superato l’ultimo anno del corso istruttori, guardiamo indietro e ripercorriamo il nostro cammino lungo la via del Tao in tredici tappe, scandite dai tredici principi della pratica del Tàijíquán. Alla fine della ricerca troviamo movimento e quiete, serenità e vitalità. E ci rendiamo conto di aver trovato noi stesse: una Gru che qualche volta ha lo sguardo del cobra e una Ninja di metallo.

  1. JÌNG 静 QUIETE. Il primo ricordo ha il sorriso della Maestra che dice di calmare la mente ed il respiro, cosa che non è richiesta in nessun altro tipo di esercizio fisico. La quiete del cuore è il primo requisito della pratica, e si ottiene solo con la pratica: una bella sfida! Ma questo si può capire solo col tempo. “Niente nel cuore e niente nella mente”.
  2. 意 INTENZIONE. L’intenzione guida il movimento, ma non è scontato che ciò avvenga in modo spontaneo; in realtà all’inizio non è facile mantenere la concentrazione su tutti i requisiti richiesti dalla pratica. La distrazione è sempre in agguato! “Se non lo pensi non può succedere”.
  3. MÀN 慢 LENTO. Dopo aver conquistato la quiete e l’intenzione cominciamo a muoverci. Ma piano, soprattutto all’inizio. Per arginare il caos del gesto esteriore, che rispecchia inesorabilmente quello interiore, la lentezza è un requisito indispensabile per chi pratica. Solo così si riesce ad applicare con chiarezza il metodo del Tàijíquán. “Il ghiaccio spesso tre piedi non è il risultato di una sola notte di freddo”.
  4. ZHĒN 真 VERO. Una volta presa coscienza dei propri limiti (illimitati, purtroppo!) la questione si fa seria… Non si può giocare a fare il Tàijíquán: bisogna fare le cose sul serio e impegnarsi per davvero – coscienziosamente e consapevolmente – nello studio della pratica e della teoria a partire dalle basi. “Il saggio nel taoismo è detto zhēnrén (uomo vero)”.
  5. RÓU 柔 MORBIDO. Ora è venuto il momento di diventare flessibili per contrastare la rigidità, di cui siamo tutti portatori sani… “Morbido, ma non molle; duro, ma non rigido”: questa frase, che ci accompagna dall’inizio della pratica, racchiude in sé lo spirito del Tàijíquán. Non bisogna opporsi all’avversario con forza, ma cedere per deviare la sua forza, destabilizzandolo. “La cedevolezza vince sulla forza”.
  6. ZHÈNG 正 DRITTO.“Distendere il tratto lombare, distendere il tratto cervicale”: questo è un altro mantra che ogni allievo dovrebbe conoscere a memoria – e mettere in pratica – ricordando sempre che dritto significa anche corretto. Corretta non deve essere solo la postura, ma anche la maniera di porsi verso il mondo esterno. E in principio il mondo esterno fu la classe di Tàijíquán… “Corpo dritto e centrato”.
  7. LIÀN 連 COLLEGATO. Da centrato a collegato il passo è lungo! E c’è sempre l’intenzione all’origine di tutto… “E se anche io fermo davvero il movimento, nella mia intenzione esso continua comunque. E se pure si ferma a livello della mente, non si ferma al livello dello shen”.
  8. YÚN 匀 UNIFORME. Ed ora tiriamo un lungo sospiro (di sollievo?) prima di collegare il movimento al respiro. Ma che sia naturale! È l’uniformità a dare equilibrio al cambiamento (sempre che la troika intenzione-movimento-respiro non dia segni di squilibrio).“Se il respiro è appropriato al metodo la forza si esprime scorrevolmente”.
  9. YUÁN 圆 ROTONDO. Adesso bisogna cominciare a lavorare “a tutto tondo”! Ma soprattutto, come gli orientali, a “pensare rotondo”… E qui si potrebbe chiudere il cerchio; se rotondo non fosse anche “sferico”, e quindi molto più complesso. Non per niente il taijitu è tridimensionale (come se non bastassero le incursioni del bianco nel nero e del nero nel bianco a complicare il tutto). “Il tàijí è la mutazione stessa; la mutazione produce i due principi primi…”.
  10. SŌNG 松 RILASSATO. Ed ora ci possiamo rilassare? Magari! Nel Tàijíquán rilassamento non è relax… Mantenere aperte le articolazioni per far fluire il movimento; mantenere aperta la mente per non bloccare i pensieri. Lo scopo è ambizioso (“il tao del cielo, la virtù dell’uomo”), allora iniziamo col rilassare le anche, queste due incognite protettrici del dāntián che abbiamo imparato a conoscere grazie alla fiducia, reciprocamente ben riposta, nella nostra infaticabile Maestra (che non sia mai smette di ripetercelo!). “Rilassate le anche; rilassate le spalle!”.
  11. 十一 SUÍ 随 SEGUIRE. È chiaro che, nel Tàijíquán, seguire non è inseguire l’avversario (né il flusso disordinato dei propri pensieri). E non solo perché il fine delle arti marziali è la difesa (e la miglior difesa non è l’attacco), ma anche perché ogni parte del corpo è in sintonia con tutte le altre. “L’alto e il basso si seguono a vicenda”.
  12. 十二 HÉNG 恒 PERSEVERARE. Nel Tàijíquán perseverare non è diabolico, anzi: è la pratica a fare la differenza! “Se non ti alleni un giorno lo sai solo tu, se non ti alleni due giorni lo sa anche il maestro, se non ti alleni tre giorni lo sanno tutti”.
  13. 十三 虚 VUOTO. Giunti finalmente alla fine del percorso che si trova? Il vuoto. Ma non il vuoto iniziale. Questo è il vuoto del cuore, quello dei saggi, che sanno di non avere limiti, il vuoto che apre tutte le possibilità. E tutto ricomincia… “Il vuoto non è assenza, ma la condizione fertile per fare: essere talmente sgombri da poter riflettere qualsiasi cosa”.

Ci si avvicina al Tàijíquán per le ragioni più diverse: per migliorare il proprio stato di salute; per tonificare i muscoli; per fare esercizio fisico senza danneggiare le articolazioni; per lavorare sulla coordinazione; per esercitare la memoria; per meditare; perché si è attratti dalla cultura orientale; perché si è appassionati di arti marziali; qualche volta per puro caso… Qualunque sia l’obiettivo – salute psicofisica, meditazione, difesa – ben presto ci si rende conto che il percorso di apprendimento, nel Tàijíquán, coinvolge corpo, mente e spirito: diventa un modo di vivere.

Se non fossimo Marina e Monica concluderemmo con un efficacissimo “E questo è quanto!” (ma il copyright è della maestra Chen Liqing).

Monica Mattioli e Marina Pollice, Istruttrici II Duan di Taijiquan stile Chen Xiaojia, seguono la Maestra Carmela Filosa da circa 20 anni con dedizione, umiltà e professionalità, impegnandosi in una formazione permanente nonostante i lunghi anni di pratica e con uno spirito sempre attento e curioso.

(Nell’immagine in alto, le calligrafie dei 13 Principi della pratica del Taijiquan stile Chen Xiaojia realizzate dalla Maestra Carmela Filosa)

Che cos’è il Taijiquan

(Maestro Marco Pignata)

Nella maggior parte dei casi, la definizione che viene data – ginnastica dolce – corrisponde alla pratica proposta. Un approccio ginnico che può essere insegnato in maniera più o meno profonda: conoscenza e rispetto per il corpo, nonché principi del movimento, evidenziando le peculiarità del “pugno del polo supremo”.

L’accento può essere messo, inoltre, sui benefici a livello della salute: rilassamento, gestione dello stress, dolori articolari, etc. Il Taijiquan si trasforma allora in Qigong, in tecnica di rilassamento, in meditazione in movimento….

Nei grandi cambiamenti della società che stiamo attraversando, molte persone cercano dei punti di riferimento.

Alcune di esse si aspettano risposte facili e pronte. I tradizionalisti taoisti offriranno allora una rassicurante ricetta per proporre il Taijiquan “autentico…originale…segreto”. Ascoltare gli eletti rappresentanti di un’eredità antica attenuerà inizialmente la loro angoscia esistenziale e spesso si trasformerà in arroganza dogmatica nei confronti di altre forme, stili o scuole.

Avranno così impedito l’emergere del loro essere più profondo, o, per dirla in altro modo, avranno soffocato quello che avrebbero potuto diventare: un essere libero e autonomo.

Alcuni dei praticanti scelgono di usare il Taijiquan come strumento per autoconsapevolezza e autocontrollo. Consapevoli della perfettibilità dell’essere umano, cercheranno se stessi.

In questo difficile cammino disseminato di dubbi, scandito da insidie, hanno avvertito la necessità di una tecnica comprovata, di una pedagogia responsabile e di un solido sostegno. Non sono arrivati per caso dove si trovano. Hanno compreso l’inutilità di ricette esotiche e facili. Sono pronti ad affrontare i loro fantasmi inconsci, le loro angosce profonde, preludio a una rigenerazione interiore.

I gesti del Taijiquan diventano veramente belli e forti quando il movimento esterno mette in moto un cammino interiore. E quando, a forza di cercare, il praticante si è ritrovato, i suoi gesti irradiano l’energia della vita.

Consciamente o inconsciamente, in modo nascosto o dichiarato, molti praticanti di Taijiquan sono in cerca di “potere”.

Non risparmiano sforzi nel dedicarsi agli aspetti meno conosciuti, meno praticati e più difficili di quest’arte di movimento cinese: il lavoro interno/nei-gong e le applicazioni marziali. Essi percepiscono confusamente che il risveglio dei sensi interiori, così come una conoscenza delle applicazioni marziali darebbe loro un potere reale sugli altri e permetterebbe loro di prendere il proprio posto in un mondo che valorizza la competitività e la lotta di tutti contro tutti.

Anche in questo caso, un minimo di sincerità nei confronti di se stessi, unita ad un saggio insegnamento, mostra rapidamente l’errore ed evita di sprofondare nella fantasia dell’onnipotenza.

Ci si può allora chiedere: qual’é la vera specificità del Taijiquan?       

Lo dice il suo stesso nome. Si tratta di una boxe, un pugilato, vale a dire un’arte marziale classificata in Cina nella categoria delle arti interne. Il fondamento di questa boxe è il “Taiji” (la conciliazione degli opposti). Quest’arte, basandosi sul lavoro interno e permettendo di preservare la propria integrità, anche in situazioni di crisi, ha la qualità unica di riunire una moltitudine di aspetti diversi nella stessa pratica. Altre tecniche si avvicinano e approfondiscono queste varie sfaccettature, ma raramente, per non dire mai, allo stesso tempo.        

Il principio del “Taiji” trasforma quello che poteva essere solo un amalgama in un insieme coerente, a condizione tuttavia di non soccombere alle sirene del conformismo e standardizzazione di oggi. In effetti, non è facile sfuggire a standard, misure e selezioni di ogni tipo. La strada corretta è quella di giungere a una valutazione costruttiva delle proprie conoscenze, in modo da scoprire e realizzare le proprie risorse, la propria natura profonda. L’unico potere interessante – ai miei occhi – che l’arte del Taijiquan sviluppa è il potere su se stessi, germe di un’autorità disponibile e bendisposta quando lo si insegna.

Il chansi gong (o chansi jin) è il movimento a spirale del taijiquan, scioglie tutte le articolazioni e ne aumenta il range di movimento. La chiave per praticare appropriatamente chansi gong/jin è muovere l’intero corpo a partire dal centro, dal dantian, e una connessione con il terreno.
Questo esercizio è particolarmente utile a scopo terapeutico nelle malattie fisiche o nei postumi di diversi tipi di traumi.
Chansi gong/jin prende il nome dal tipo di movimento che viene praticato. Si dice che il movimento deve essere come quello di un ragno che tesse la sua rete, tocca delicatamente il filo di un ramo della rete e portandolo fino alla successiva parte. Se il ragno si muove troppo velocemente o troppo lentamente il filo si romperà o cadrà.
“Quando una parte si muove, tutto il corpo si muove”.

chansi jin